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Salviamo un simbolo dell'amore dei forlivesi per la libertà

Salviamo un simbolo dell'amore dei forlivesi per la libertà

Forse era il 1976, anzi, era certamente il 1976. Il mese non lo ricordo, ma la stagione era buona. Forlì era molto diversa da quella che oggi conosciamo. Una “piccola città, bastardo posto” (per citare Francesco Guccini) dove allora sì che per davvero non c’era molto da fare, anche se poi bastava pochissimo per rendere una giornata indimenticabile. E non credo che fossero solo i miei quasi 15 anni a farmi sembrare tutto più luminoso e a misura d’uomo!

Nonostante tutto non erano anni particolarmente felici, e il peggio di quei cosiddetti “anni di piombo” doveva ancora manifestarsi. Ma la speranza di un futuro migliore permeava il cuore di ognuno di noi e, insieme alla speranza, il desiderio di un mondo dove potesse regnare il bene comune.

 

Nel 1976 facevo solo la prima liceo, troppo giovane per partecipare alle lotte studentesche e al movimento che già stava perdendo un po’ dello slancio che aveva avuto negli anni precedenti. Ricordo però molto bene che, girando per la città in bicicletta, alcuni vecchi muri stavano prendendo vita grazie ai murales che vi venivano dipinti sopra. Sono giorni magici quelli di quel 1976, “quando un gruppo di studenti forlivesi e degli esuli cileni dipingono (…) murales, testimonianza artistica di un popolo oppresso da un’atroce dittatura (…).” (Lettera 11/02/1981 al Sindaco e al Presidente di circoscrizione n. 6 dal Dr. Arch. Turroni - prot circ. n. 54/81).

 

I rifugiati cileni avevano dovuto lasciare la loro terra, fuggiti alla follia assassina di Pinochet e dei militari che, l’11 settembre 1973, con un colpo di stato sanguinoso avevano deposto il presidente Salvator Allende. Quest’ultimo aveva perso la vita nel corso dell’attacco al Palazzo del Governo di Santiago, in circostanze mai del tutto chiarite.

 

I profughi cileni con la loro voglia di libertà e di giustizia, aiutati dagli studenti forlivesi, portarono un po’ di colore sul muro dell’ex macello in via Andrea Costa (oggi concessionaria Renault), sui muri del ex Mangelli in via Manzoni (oggi bowling), sui muri di cinta del pattinodromo alla Baia del Re in via Minardi e nei pressi dell’ingresso dello stadio in viale Roma. Qualcuno ricorda che altri murales vennero realizzati all’interno dell’Itis, allora occupato dagli studenti.

 

Ho tentato di recuperare informazioni riguardo a quei giorni e ai loro protagonisti ma non ho trovato nulla se non vaghi ricordi. Anche su internet, oramai memoria di noi tutti, non ve ne è traccia. Solo nel suo blog una ragazza di nome Carlotta, forse studentessa fuori sede, giunta a Forlì nel 2006, trent’anni dopo la realizzazione dei murales, lanciava un grido di allarme per queste opere che stavano sparendo: “I murales – scriveva Carlotta – ci parlano di orgoglio della libertà, del vigore degli animi oppressi alla ricerca di democrazia, e della voce di questi animi, le cui parole sono affidate ai muri della città”.

 

Oggi di quelle quattro opere realizzate nel 1976 sui muri di Forlì due sole sopravvivono: il murales di viale Roma e quello di via Minardi, peraltro quasi totalmente slavato e pressochè irrecuperabile. Quelli di via Manzoni e di via Andrea Costa sono stati cancellati senza pietà dalla città che cambia, troppo spesso, senza tener traccia del proprio passato.

Il murales di viale Roma ha resistito fino a ora anche grazie al restauro operato alcuni anni fa dai ragazzi del Liceo Artistico di Forlì. Ma l’area a esso antistante appare oggi in stato di imbarazzante degrado: rottami di varia natura gettati qua e là, bidoni colorati della raccolta differenziata, non fanno onore alla nostra città né rendono il dovuto rispetto a queste opere di arte popolare che ci parlano di libertà e di lotta e che dovrebbero rappresentare un piccolo orgoglio per la comunità.

 

Per salvare questo pezzetto di storia della nostra città è necessario un intervento urgente. Il murales di viale Roma deve essere preso come simbolo di una Forlì che, allora come oggi, disprezza l’oppressione di qualunque colore essa sia e ama la libertà che vince i totalitarismi, la violenza e i fondamentalismi.


Marco Viroli

venerdì 13 marzo 2015