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Parco Incontro e Parco delle Stagioni di Gabriele Zelli

Parco Incontro e Parco delle Stagioni di Gabriele Zelli

Per comprendere le scelte che stanno dietro alla decisione di realizzare il Parco Incontro e il Parco delle Stagioni, oggetto di questa nuova puntata sulle aree verdi forlivesi, occorre raccontare l'evoluzione del contesto urbano delle zone ove si trovano. 

Agli inizi del secolo scorso chi usciva dalla città di Forlì superando porta Ravaldino e le mura cittadine (sono state demolite nel 1905) si immergeva immediatamente nella campagna, una sterminata distesa di campi fino ai piedi della collina di Castiglione, Massa, San Lorenzo in Noceto, Collina, Rocca delle Caminate.

L'occhio poteva spaziare libero senza incombri di condomini e palazzi. Così rimase fino agli anni '30. In continuità col Borgo Ravaldino, ora corso Diaz, si diramavano due arterie: la strada detta di Bussecchio, l'attuale Decio Raggi, e l'importante via di comunicazione per Predappio, ora viale dell'Appennino; quest'ultima invitava a fresche passeggiate estive in calesse, a cavallo o con le prime biciclette. A destra, subito dopo la porta, una carrozzabile conduceva all'importante fornace Malta Benvenuti (dove ora sorge il Parco Urbano Franco Agosto) e raggiungeva il greto del fiume. Lungo questo percorso si incontrava un grande macero, che sembrava un lago, dove veniva messa a macerare, quand'era il momento, la canapa, che in modo significativo veniva coltivata nel nostro territorio, tant'è che di maceri era disseminata la Romagna. 

Nel periodo di macinatura dei cereali viale dell'Appennino diventava la "via della farina". Era infatti intenso il traffico di contadini, operai, artigiani che andavano e venivano dai diversi mulini disposti sulla riva del canale di Ravaldino. Essendo inizialmente l'unico corso d'acqua regimentato, solo più tardi sarà realizzato il canale che corre lungo l'attuale via Firenze dalla chiusa del Ferragano, nelle vicinanze di Terra del Sole, fino ai Romiti, tutte le attività artigianali e produttive che avevano bisogno di forza motrice si insediarono sulle sue sponde potendo contare su un flusso di acqua costante e capace di sviluppare una discreta potenza. 

Sul canale di Ravaldino, derivato dal fiume Rabbi presso San Lorenzo in Noceto: hanno operato nel momento di maggior presenza di attività: il Molino Bastiano; il Molino Bassa, poco oltre San Martino in Strada, provvisto di una pileria da riso; poi dopo un chilometro il Molino del Fico e in località "Caiossi" il Primo Molino. Dentro la città operavano il Molino Faliceto in via Caterina Sforza; il Molino della Ripa e il Molino della Grata; il Molino Pestrino per la macinazione delle vernici per la fabbrica delle stoviglie della Ditta Visani; poco oltre il Molino Pellacano. Successivamente il canale forniva l'acqua allo zuccherificio Eridania e in aperta campagna, verso Barisano, faceva ruotare le pale del Molino Nuovo, anticamente di proprietà della famiglia Hercolani; e del Molino di Coccolia di proprietà dei Spadoni. Poi il canale, dopo un percorso di 20 chilometri, sfocia nel fiume Ronco.

Viale dell'Appennino si presentava polveroso d'estate, mentre in alcuni punti era difficile transitarvi nel periodo invernale, soprattutto nei tratti più distanti dalla città con i fossi laterali per il drenaggio delle acque non sempre adeguati. Ai bordi furono piantati filari di gelsi, alcuni ormai secolari resistono fra Villa Gesuita e la via Quarantola, in dialetto detti "i mur pri i bighett" (i gelsi per l'allevamento dei bachi da seta, un'attività determinate per l'economia locale fino a un secolo fa), e successivamente alberata da platani o da robinie spontanee sorte sul lato del canale. 
A circa un chilometro e mezzo dal centro iniziava Ca' Ossi, un sobborgo sulla destra con poche case probabilmente costruite a metà dell'Ottocento, a lato del canale che si affacciava sulla strada che porta a Predappio, abitato da circa 60 famiglie. Altre case contadine erano sparse tra i campi coltivati sulla parte opposta dove dominavano le proprietà terriere dei conti Albicini e del tenore Angelo Masini. 


Scrive su Forlipedia Marino Mambelli, il maggior esperto di odonomastica e di toponomastica di Forlì: "E’ idea diffusa che il quartiere Ca’ Ossi abbia assunto il nome da una possessione presente sul territorio. Una “Ca’” circondata da terreni agricoli, i cui proprietari appartennero ad una nobile famiglia forlivese: gli Ossi. Ma le ricerche non sono state sufficienti a rintracciare nella zona anche solo un podere che ricordasse tale proprietà. Per lo storico Franco Zaghini l’origine è decisamente diversa. Sul volume Santa Maria del Voto dei Romiti scrive: Dal soprannome di un signore, “Caiossi”, che abitava nell’attuale via dell’Appennino nei pressi del vecchio ponte che valicava il canale per giungere a Vecchiazzano, si passò ad indicare il piccolo borghetto che si era poi formato presso la sua casa". Anche la Commissione toponomastica quando si trattò di stabilire il nome della località fece riferimento ad una illustre famiglia Ossi, che però dai vecchi abitanti non era mai chiamata Ca’ Ossi, bensì Caiossi. "Che in verità si chiamasse Caiossi ne siamo certi prosegue Mambelli. Una testimonianza ci viene ad esempio fornita dalla planimetria generale del Villaggio Arnaldo Mussolini, conservata presso l’Archivio di Stato di Forlì. Tale elaborato, datato 1937, ha infatti un sottotitolo rivelatore: Case Caiossi.
Per divertimento, ma solo per divertimento, continua Mambelli, proviamo a fare un identikit del “signor Caiossi” indicato da Franco Zaghini. Ci aiutiamo con l’Ercolani, il dizionario romagnolo-italiano. Caj – vano interiormente cavo. Caji (latino tardo “carius”, tarlo, tignola; e aretino “caio”, legno tarlato). Os – osso; plurale femminile “os”. Semplicemente unendo i due vocaboli otteniamo Caj-os. Osso Buco? Un vecchio macellaio? E’ pura fantasia, ma è certo che i toponimi possono nascere anche così. Infine, conclude Mambelli, un’ipotesi importante elaborata di recente da Forlipedia durante le ricerche dedicate alla via Ca’ Rossa. Proprio la scoperta che per un certo periodo il termine “Ca’ Rossa” fu elevato popolarmente a toponimo per identificare una vasta area attorno alla casa, apre una porta verso la possibilità che Caiossi (e quindi Ca’ Ossi) altro non sia che una facile corruzione del toponimo Ca’ Rossa. Ma attenzione: la Ca’ Rossa non è quella che tutti credono e cioè la costruzione scarlatta in angolo tra le vie Campo degli Svizzeri e Ca’ Rossa, ma un edificio collocato in altra posizione e oggi non più esistente". 

Insomma, come si suol dire "era tutta campagna" o quasi, fino a quando la zona agricola iniziò a diventare centro periferico: il 27 dicembre 1938 Benito Mussolini inaugurò il nuovo villaggio intitolandolo al padre Alessandro, la cui realizzazione fu voluta dal locale Istituto Fascista Case Popolari con l'appoggio delle gerarchie della Provincia e del podestà Fante Luigi Panciatichi. I lavori furono appaltati alla ditta Benini. Collocato in una posizione di prestigio e rappresentanza, ovvero lungo la strada che congiunge Forlì con la località di nascita di Mussolini, il villaggio era formato da 39 casette economiche per due o più famiglie (alcune avevano fino a 12 figli) e vi furono ospitati per lo più nuclei familiari, un centinaio, di profughi di Libia e di Francia. Disponeva di un grande edificio, costruito su viale dell'Appennino angolo via Ribolle, che conteneva l'asilo nido, la scuola elementare, un locale per assistenza materna e ambienti funzionali al partito fascista. Negli anni '60 lo stabile fu trasformato, dopo essere stato utilizzato come sede di scuola elementare, in un condominio di 24 appartamenti tuttora abitati.
Il Municipio provvide alla cessione gratuita di alcuni terreni e all'esecuzione urgente delle opere necessarie al rifornimento idrico, lo spurgo delle acque e la viabilità. Al termine dei lavori venne scoperto un busto di Alessandro Mussolini scolpito dal cesenate Ettore Lotti, che rappresentava "il fabbro di Dovia impegnato a scandire sull'incudine il ritorno della serenità familiare". L'opera fu rimossa il 30 luglio 1943. Così scrive lo storico Antonio Mambelli nel "Diario degli avvenimenti in Forlì e Romagna dal 1939 al 1945", pubblicato a cura di Dino Mengozzi da Lacaita Editore nel 2003: [...] "Dal piazzale del villaggio operaio di Caiossi è stato rimosso il busto di Alessandro Mussolini [...] Recava alla base questa iscrizione: «L'istituto fascista per le case popolari/ Costruì/ Nel nome/ Di/ Alessandro Mussolini/ Questo villaggio operaio/ Sulla via di Predappio/ Piccolo segno/ di una nuova giustizia sociale/ Nella grande luce dell'impero/ Forlì - a. XVII e.f.».
Alcuni abitanti del luogo ed altri venuti da fuori, in far ciò si abbandonavano ad allegri clamori, poiché il busto in bronzo, trascinato a mezzo di una corda, veniva cosparso di vino, perché "gli piaceva". Rilevo che se "Sandrèn" non meritava certo un monumento, era morto socialista e povero" [...].
Nel 1940 il Comune di Forlì acquistò il podere "Ca' Rossa" di proprietà del marchese Alessandro Albicini, che si trovava lungo la via Ribolle adiacente al villaggio Mussolini. Il podere, formato dalla casa del contadino detto "Puntirola" e dalla villetta utilizzata durante l'estate dalla sorella del nobile, che la abitò fino al 1948. Nello stesso anno alla ditta Pater di Milano fu affidato il progetto per la costruzione di 50 case per operai da ubicare proprio sul terreno appena acquisito, a partire dall'attuale via della Resistenza in poi come prosieguo del villaggio inaugurato pochi anni prima. Nel contatto con la ditta vi si leggono le specifiche delle costruzioni che dovevano avere "soffittatura con canne palustri intonacate, tetto con struttura portante in legno di abete". Ad un certo momento il contratto con la ditta Pater fu rescisso dal Comune per inadempienze e i lavori proseguiti da altri. Le famiglie che occuparono le case avevano anche l'obbligo di coltivare l'orticello annesso alla costruzione. In quel periodo erano molte le famiglie sfrattate che premevano per l'assegnazione, cercavano anche solo una misera stanza, ma nel dicembre 1941 le "Case Pater",  come furono subito denominate dalla gente, cominciarono ad essere affittate ad ex reduci, i quali ben presto, già nel 1942, iniziarono a inviare lettere di protesta al Podestà denunciando la fatiscenza dei luoghi. "Nella camera da letto e nei due camerini, si legge in una missiva, c'è completamente l'acqua sui pavimenti e i tetti sono pieni di umidità... nella sala da pranzo vi è il soffitto bagnato ed è già tutto crepato...". I tecnici comunali dopo le verifiche scrivevano nelle loro relazioni: "Dai sopralluoghi emerge che vi sono infiltrazioni dal tetto... mentre l'umidità trasudante è dovuta al fatto che i pavimenti non hanno il sottostante vespaio e mancano grondaie e marciapiedi in tutte le casette...".
Una signora che ancora abita in zona, figlia di un assegnatario, ha più volte ricordato a chi scrive che dai pavimenti della loro abitazione spuntavano ciuffi di gramigna. In ogni caso le case del villaggio Mussolini e le "Case Pater" ancora esistenti sono tutelate dagli strumenti urbanistici del Comune di Forlì e dalle norme di attuazione del Piano Regolatore Generale attualmente in vigore, che prevedono, nel caso i proprietari vogliano eseguire lavori edili, il restauro e non l'abbattimento e la ricostruzione. 
Dopo il Secondo conflitto mondiale l'odonomastica della zona mutò quasi completamente: via Corsica divenne via don Minzoni, via Sebenico ora è via Carini, via Nizza si trasformò in via Amendola, via Alessandro Mussolini cambia pelle in via Italia Libera, via Malta è diventata via Buozzi, via Predappio è viale dell'Appennino, e così via, dando preminenza agli antifascistI e agli eroi della Resistenza.  
"Nel dopoguerra, nonostante tutto, le cose non cambiano più di tanto, scrive Umberto Pasqui in un articolo dal titolo "Indagini sugli "ossi" di "Ca' Ossi". La campagna, tra Ravaldino e San Martino in Strada era servita dal viale dell'Appennino (unica strada asfaltata della zona fino al 1949) mentre viale Risorgimento era un viottolo costeggiato da un'alta siepe, da olmi, ciliegi e fossi. Lo stesso viale, poi, si chiudeva a gomito con via Ribolle. Non stiamo parlando dell'Ottocento, ma fino agli anni '60 del Novecento, più o meno, si poteva vedere questo. Misteriosa l'origine del suggestivo nome "via Ribolle": così si chiamava un podere di antica appartenenza gesuita (non a caso, da quelle parti, sorge la Villa Gesuita). 
L'urbanizzazione in un luogo allora così distante dal centro, tuttavia, continuò. Nel 1948 fu edificato un altro gruppo di case e a partire dal 1954 iniziò la costruzione lungo l’attuale via Ribolle, dove nel 1958 don Giovanni Cani fondò la chiesa dedicata a San Pio X. Con l’avvento degli anni Sessanta, conclude Pasqui, la zona ebbe un forte incremento edilizio e mediante l’asse stradale dei viali Bolognesi e Risorgimento si congiunse col centro storico". 

 

Un forte incremento edilizio certo, però caratterizzato da un modo diverso di concepire i servizi a favore dei cittadini, in particolare del verde e degli impianti sportivi. Sul numero del gennaio 1973 di "Comune Aperto", il mensile del Comune di Forlì, così venne presentata l'ipotesi di realizzare un grande polmone verde a ridosso del centro storico: "L'Amministrazione Comunale bandisce un concorso nazionale di idee per il progetto del Parco Urbano di verde pubblico di Piano sito in Forlì, lungo il Fiume Montone, fra Viale Salinatore e Viale dell'Appennino. L'Amministrazione Comunale vuole costituire, con tale iniziativa, un organismo dedicato al tempo libero che permetta e solleciti la partecipazione dei cittadini quotidianamente, con continuità e costanza, assumendo, pertanto  un logico ed indispensabile completamento delle attività di ogni forlivese. Il bando di concorso chiede che il progetto inquadri il Parco nel problema generale dell'uso del tempo libero per le diverse classi di età e ad esso armonizzi la destinazione delle aree e delle attrezzature che su queste si ritiene debbano sorgere. Tale parco deve assumere il significato urbanistico guida nella struttura del verde urbano, sia perché primo consistente programma di attrezzature verdi nella città, sia perché elemento modificatore dell'attuale scarsissimo rapporto verde-abitante". L'estensore del bando non poteva in quegli anni immaginare che in realtà ci sarebbero voluti 20 anni per realizzare il parco in questione. Come ho illustrato nel testo dedicato all'area verde oggi intitolata a Franco Agosto, pubblicato su Diogene del 22 luglio scorso , un contenzioso con la proprietà del terreno risolto con una transazione negli anni 1988/1999 che porta la firma di chi scrive. Ad ogni modo è da sottolineare una nuova visione della città da parte della Giunta Comunale guidata dal sindaco comunista Angelo Satanassi e composta da assessori del Partito Comunista e del Partito Socialista, che si era insediata dopo le elezioni amministrative del 1970, dopo oltre tre anni di Commissario prefettizio e dal 1951 al 1966 da sindaci e da giunte di centrodestra (Democrazia Cristiana Italiana e Partito Repubblicano Italiano). Non a caso l'articolo su "Comune Aperto" prosegue sottolineando come al nuovo parco l'Amministrazione Comunale intendeva "attribuire un elevato significato urbano e sociale, fuori da schemi e temi convenzionali, inteso come verde conquistato dalla città e non come elemento di fuga dalle attività cittadine". Ed è secondo queste linee che si muove anche il Piano programma 1973-1975 sottoposto alla discussione del Consiglio Comunale agli inizi del 1973 dove nella sintesi che riguarda il capitolo "Piantamenti straordinari nelle aree a verde pubblico" si legge: "L'incontrollato sviluppo urbano ha impoverito e svuotato l'ambiente naturale, provocando una carenza di spazi liberi e di verde. È quindi necessario mettere a disposizione dei cittadini il maggior numero di aree e la maggior quantità possibile di spazi verdi. Sono queste le richieste che provengono in maniera pressante dai quartieri. Nel triennio si prevede una spesa di 130 milioni di lire per la realizzazione o il miglioramento di otto aree verdi".

Nella seduta del 1° febbraio 1973, in attuazione di quanto previsto nel Bilancio di Previsione, il Consiglio Comunale approvò, all'unanimità di voti, l'intento di costruire, in dieci località del forese, di campi gioco allo scopo di avere, in ognuna di esse, una struttura capace di "accogliere i ragazzi del luogo su un'area organizzata e attrezzata per andare incontro alla necessità, ripetutamente e universalmente riconosciuta, di consentire ad essi di dare libero sfogo al loro naturale bisogno di muoversi all'aria aperta". Fu raccolta in questo modo l'esigenza di un servizio di carattere sociale prospettata da numerosi comitati di quartiere o di frazione e, sulla base delle richieste e delle proposte avanzate, furono prescelte le località: Pievequinta, Bussecchio, Villanova, Carpena, Villa Romiti, Carpinello, Roncadello, S. Varano, Villagrappa, S. Martino in Strada (in alcune località non si diede seguito alla decisione considerata la presenza di campi da calcio parrocchiali ndr). A quella data la Provincia stava realizzando gli impianti sportivi del Ronco Lido, di cui si parlerà prossimamente, e la piscina di via Turati, mentre a cura del Comune si stavano realizzando i polisportivi della Cava, di Vecchiazzano e dell'Ospedaletto, ai quali si aggiungerà in seguito quello di  Villafranca. 

Questi nuovi concetti sulla funzione sociale del verde e dello sport trovarono ampio riscontro nell'elaborazione delle varianti al Piano Regolatore e nella progettazione dei comparti del Piano di Edilizia Economica e Popolare (P.E.E.P.) che furono approvati dalla Giunta e dal Consiglio Comunale presieduti dal sindaco comunista Angelo Satanassi. Infatti nella seduta del 7 settembre 1973 il Consiglio Comunale deliberò una variante per un nuovo dimensionamento delle aree P.E.E.P., con stralcio di alcune di esse, ristrutturazione di altre e la razionalizzazione della viabilità stradale, ciò al fine di programmare, gestire e pianificare tutti gli interventi riguardanti l'edilizia residenziale popolare che da quel momento in poi si sviluppò nei comparti A, B, C del P.E.E.P..  

Investiva una zona che era grossomodo era ed è racchiusa fra via Decio Raggi, viale dell'Appennino e via Campo degli Svizzeri fino a lambire la frazione di San Martino in Strada. Mentre fra i quartieri di Coriano e l'Ospedaletto si sviluppò il comparto M del P.E.E.P.. Tutto ciò ha determinando di fatto lo sviluppo e la realizzazione della città odierna. A quel punto una delle priorità dell'Amministrazione Comunale fu l'acquisizione, o l'esproprio, delle vastissime aree interessate da questi insediamenti. Il percorso fu difficile, ebbe diverse battute di arresto e in alcuni casi si presentarono ostacoli difficili da superare, come quando la Corte Costituzionale decretò l'incostituzionalità di alcune norme della cosiddetta Bucalossi, la legge 10 del 1977, che poneva l'ente pubblico in una posizione decisionale e di regia attraverso l'uso della pianificazione e il rilascio delle concessioni edilizie, proprio nelle parti in cui si disciplinavano gli espropri, come ho già avuto modo di riferire nell'articolo sul Parco Urbano. In questa contesto si bloccarono le realizzazioni dei grandi parchi previsti all'interno dei quartiere Ca' Ossi e Resistenza, perché di fatto erano stati bloccati, attraverso sentenze del Tribunale, gli espopri dei terreni necessari per la loro realizzazione. Una situazione che si trascinò per oltre 10 anni fino a quando, chi scrive nel 1988/89, in qualità di Assessore all'Edilizia Pubblica, al Patrimonio ed Espopri, su impulso del sindaco Giorgio Zanniboni e unitamente ai dirigenti comunali Massimo Gentili, responsabile dell'Ufficio Patrimonio, e Alessandro La Forgia, che, fra l'altro, seguiva i contenziosi fra il Comune e i cittadini, riuscì a trovare per Ca' Ossi un accordo transattivo con la Parrocchia di San Pio X, allora rappresentata dal parroco don Natale Mazzari, titolare, in base al lascito di Raoul Risi Masini, nipote ed erede del tenore Angelo Masini, di un vasto appezzamento di terreno che originariamente faceva parte del podere di Villa Gesuita. La transazione  comportò la restituzione alla parrocchia di 5.000 metri quadrati di terreno e di un piccolo edificio abitativo sovrastante, collocati proprio di fronte alla chiesa San Pio X, e l'esborso di oltre due miliardi di lire per poter acquisire definitivamente al patrimonio comunale i terreni su cui oggi sorge il Parco Incontro. In questo modo gli uffici del Comune ebbero la possibilità di poter completare l'opera fra il 1989 e il 1990 eseguendo diversi lavori, eliminando strutture nel frattempo divenute inutili o difficili da gestire, realizzando la costruzione che ospita il chiosco bar e i servizi. 
All'interno del parco, dove esistevano già alberature di notevole pregio e molte altre sono state piantate, sono state realizzati nel prosieguo degli anni: una pista pattinaggio per allenamento della specialità corse, che può essere utilizzata anche come strada da utilizzare per allenare giovanissimi ciclisti, un pattinodromo coperto, inaugurato il 29 aprile 2004, e un campo da bocce.Il Parco Incontro, al quale si può accedere da più ingressi: via Ribolle, via Galeppini, via don Cani, via Caprera, per la sua posizione rispetto al quartiere è da sempre un posto molto frequentato, anche per la presenza delle citate strutture sportive di valenza sovracomunale, ed è un'area importante per le scuole limitrofe come la materna "Il bruco", l'elementare Giacomo Matteotti, la media Pietro Zangheri, per l'adiacente parrocchia e per tutti i cittadini che vivono in zona. 


Solo diversi anni più tardi rispetto a quanto raccontato si sbloccarono le procedure per il completamento del Parco delle Stagioni che fu ufficialmente inaugurato dal sindaco Franco 
Rusticali il 20 maggio 2001. Anche in questo spazio sono presenti moltissimi alberi, sia già esistenti al momento dell'acquisizione del terreno originariamente a destinazione agricola e quindi coltivato, sia perché ne sono stati piantati in epoca più recente. Il parco per la sua collocazione centrale rispetto ad un'area che va da via Decio Raggi, viale Risorgimento, via don Minzoni, viale dell'Appennino, è molto frequentato, anche perché nei pressi vi sono strutture sociali, culturali e religiose, come la Casa di Riposo Casa Mia, la Parrocchia di San Giovanni Evangelista, il Centro Sociale Anziani di via Angeloni, il Centro commerciale di via Curiel, e diverse scuole di ogni ordine e grado. Vi si può accedere da via Curiel, via Salvemini (lato dove è stata predisposta un'ampia area di sgambettamento per i cani), via Buozzi, via Frank, via Gordini, via Silvestroni. 

 


Gabriele Zelli

venerdì 20 settembre 2019