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6 settembre 2019

75 anni anni fa le stragi nazifasciste

25 luglio 1944, l’eccidio del Carnaio

Continua, su questo numero di “mentelocale”, il terribile racconto della Strage del Carnaio, avvenuta martedì 25 luglio 1944, a opera delle truppe naziste e filonaziste. L’eccidio del Carnaio è ricostruito nella “Relazione approvata all’unanimità dal Consiglio Comunale (di Bagno di Romagna, ndr) con deliberazione n. 71 del 28 novembre 2003” che traccia con estrema precisione un racconto dettagliato dei fatti riguardanti “Bagno di Romagna: un comune sulla “Linea Gotica” durante il passaggio del fronte”. Queste pagine verranno raccolte, insieme a quelle relative altre stragi nazi fasciste di 75 anni fa, nel volume “Fatti e misfatti a Forlì e in Romagna” (volume 4) di prossima uscita.

Marco Viroli
 
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27 agosto 2019

75 anni fa le stragi nazifasciste

25 luglio 1944, l’eccidio del Carnaio

Questa estate sono ricorsi i 75 anni dal passaggio della Linea Gotica nei monti dell’Appennino romagnolo. Con gli Alleati che premevano da sud, i tedeschi in ritirata, pressati anche dai tanti gruppi di partigiani che si erano rifugiati e organizzati su quei monti, si resero responsabili di rappresaglie e stragi efferate che è bene ricordare perché se ne conservi viva la memoria.

Emilia Romagna e Toscana sono le due regioni d’Italia che hanno pagato il più pesante tributo di vite umane per la liberazione del nostro paese. Il sito web www.straginazifasciste.it (Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia) riporta i seguenti dati: Emilia Romagna 4.773 vittime in 975 episodi, Toscana 4.457 vittime in 817 episodi.

L’estate del 1944 fu il periodo più terribile in cui si compirono alcune crudeli, quanto inutili rappresaglie che portarono ai tristemente noti eccidi di Tavolicci, nei pressi di Verghereto, (22 luglio, 64 vittime civili), del Carnaio (25 luglio, 26 vittime civili) e di Meldola, Fornace Bisulli, (21 agosto, 18 vittime di cui 16 partigiani e 2 civili).

Marco Viroli
 
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19 luglio 2019

Tempio Malatestiano

A Rimini il Tempio Malatestiano celebra l’uomo, l’amore e la vittoria sulla morte

Da tempo sostengo che la storia e le bellezze artistiche della nostra Romagna andrebbero rivalutate e fatte oggetto di percorsi che potrebbero attirare turisti da ogni parte d’Europa e non solo. Oltre a Ravenna che andrebbe ancora maggiormente valorizzata per ciò che offre, il caso di Rimini è particolarissimo. Nota in tutto il mondo per le sue spiagge e le sue sale da ballo, la città natale di Federico Fellini è senz’altro meno conosciuta per la sua storia bimillenaria e i suoi monumenti, primo tra tutti il Tempio Malatestiano voluto da Sigismondo Pandolfo Malatesta.
Il motivo che portò fama al nome il signore di Rimini dopo la sua morte non è legato alle avventure militari o alle instabili vicende politiche di cui si rese protagonista, bensì all’azione svolta di mecenate nel campo delle arti e della cultura. Intorno alla metà del XV secolo, infatti, la corte riminese divenne punto di aggregazione di letterati e di artisti tra i più raffinati dell’epoca, un centro dove si studiava approfonditamente la lingua e la cultura dell’antica Grecia.
Nel campo dell’architettura Sigismondo intervenne innanzitutto ordinando la costruzione di Castel Sismondo, la sua nuova residenza. Negli anni successivi fece poi iniziare i lavori di restauro della chiesa di San Francesco, che da un secolo ospitava le tombe dei Malatesta e che per questo motivo aveva goduto di ricchi e generosi lasciti. Oggi sono in molti a sostenere che non vi sia in Italia altro monumento, a parte la cupola di Santa Maria del Fiore di Firenze, che abbia diritto quanto il Tempio Malatestiano a porsi a emblema precipuo del Rinascimento.
Il Tempio Malatestiano, che i riminesi abitualmente chiamano il Duomo, è la chiesa più importante della città. Sull'area in cui sorge il Tempio, sin dal IX secolo, è documentata l’esistenza di una chiesa, detta Santa Maria in Trivio, sulle cui rovine nel XII secolo ne fu edificata un’altra in stile gotico, intitolata a San Francesco e retta dall'ordine francescano.

 

 

Marco Viroli
 
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12 luglio 2019

Mastro Titta e l’esecuzione dei carbonari romagnoli Targhini e Montanari

Per completezza d’informazione e per dare un giusto seguito al mentelocale del numero scorso di Diogene, va aggiunto che il boia romano Mastro Titta, per oltre sessant’anni al servizio dello Stato della Chiesa, oltre che agli autori del fallito attentato al cardinale Rivarola, dedicò le proprie attenzioni particolari ad altri carbonari romagnoli di cui vi raccontiamo la triste storia.

Angelo o Angiolo Targhini, nato a Brescia da madre cesenate e padre bresciano nel 1799, e Leonida Montanari, nato a Cesena nel 1800, erano membri di una delle cosiddette "vendite", le riunioni segrete carbonare. Furono arrestati per aver tentato di uccidere un infiltrato, condannati a morte per "lesa maestà" e giustiziati tramite decapitazione.

Marco Viroli
 
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2 luglio 2019

La pineta di Ravenna