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Tre domande a Alberto Conti

Tre domande a Alberto Conti

La Romagna ha sete. In questa terra storicamente siccitosa, oggi più che mai i cambiamenti climatici richiedono un’urgente pianificazione sull’approvvigionamento idrico. Si è parlato di costruire nuovi invasi sull’alto Appennino, ma quanto è davvero risolutiva e sostenibile, a livello ambientale, quest’ipotesi? A fare il punto sulla proposta è Alberto Conti, presidente del Wwf di Forlì-Cesena.

Perché siete contrari a nuovi invasi?

 

La loro costruzione, proposta da Romagna Acque, è un’operazione ad alto impatto ambientale, costosa e poco duratura. Queste opere in cemento armato danneggiano in maniera irreversibile gli ecosistemi, hanno costi esorbitanti e riescono a fornire risorsa idrica solo dopo molti anni. Il solo costo di gestione e manutenzione degli invasi va da 4 a 8 volte la spesa necessaria alla loro costruzione (che si aggira tra i 350 e i 500 milioni di euro). Sono anche strutture che si deteriorano in fretta per via del processo di interrimento: in una decina d’anni si riempiono di sedimenti fluviali. Ricordiamoci che la stessa diga di Ridracoli è soggetta a questo fenomeno e che la concessione a derivare acque da lì scadrà nel 2049, tra appena trent’anni. Gli invasi sono sistemi rigidi, impattanti e non demolibili, utili soltanto alla lobby edilizia. Sono altre le strade da percorrere per affrontare seriamente il problema.

 

Quali soluzioni proponete?

 

Innanzitutto programmare un effettivo risparmio idrico, che passa anche dalla scelta di evitare le colture “idroesigenti”, come i kiwi. Alcune piantagioni sono un insulto alla penuria ed è un dovere morale recedere da scelte di tipo sviluppista. Oltretutto, la pianificazione degli usi dell’acqua spetta solo alla Regione, con il suo piano di tutela delle acque. D’altro canto, ci sono studi qualificati di Arpae che indicano una soluzione alternativa agli invasi, cioè gli impianti per il recupero e riuso delle acque reflue. È stato stimato che, in questo modo, si potrebbero recuperare 90 milioni di metri cubi d’acqua depurata per uso irriguo, per un costo di circa 200 milioni di euro per tutta l’area vasta (Forlì-Cesena, Rimini e Ravenna). Si andrebbe così a pesare di meno sui due potabilizzatori del Canale Emiliano Romagnolo, sui quali oggi gravano anche le acque destinate all’agricoltura. Infine, è da considerare anche l’ipotesi della desalinizzazione dell’acqua marina con energia solare.

 

Come mai siete critici verso Romagna Acque?

 

Oltre alle ragioni già elencate, è in itinere la costituzione di una nuova società di ingegneria “Acqua Ingegneria Srl”, funzionale alla progettazione di 7 invasi. I passaggi deliberativi dei Comuni soci sono passati sotto silenzio. Eppure l’assunzione di 17 professionisti per la nuova società costerà un milione e mezzo di euro, cosa che avrà una ricaduta sul costo dell’acqua. Di tutto questo Romagna Acque deve rendere conto. L’invito rivolto alla società dai 4 parlamentari forlivesi (De Girolamo, Di Maio, Morrone, Vietina), affinché renda pubblici gli elaborati tecnici, potrà forse evitare che ci troviamo di fronte a un fatto compiuto, frutto dell’interesse di una lobby imprenditoriale irresponsabile.

 


Laura Bertozzi

venerdì 5 aprile 2019