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Ugolino da Forlì

L' inventore del pentagramma

Ugolino da Forlì

Se c’è una cosa che non manca a Forlì sono i santi protettori: San Mercuriale, San Valeriano, San Pellegrino Laziosi. Da circa sei secoli, però, la prima patrona della città è la Madonna del Fuoco. In più occasioni abbiamo scritto del miracolo che avvenne nella notte del 4 febbraio 1428, quando dall’incendio della casa-scuola del maestro Lombardino Brusi da Rio Petroso (l’attribuzione del cognome è avvenuta recentemente da parte di alcuni storici, tra cui Piero Ghetti) venne estratta intatta solo una preziosa xilografia su carta, recante l’immagine della vergine.
Tra i vari testimoni che scrissero dell’evento miracoloso vi furono il pittore e storico Giovanni di Mastro Pedrino, pseudonimo di Giovanni Merlini (Forlì, 1390 ca.-1465), e il cronista Giovanni Pansecco. Tuttavia un altro importante personaggio forlivese, Ugolino Urbevetano (Forlì, 1380 ca.-Ferrara, dopo il 1457) pare abbia assistito con i propri occhi all’evento prodigioso.

 

In molti sostennero che Ugolino fu detto “Urbevetano” perché nato in una famiglia originaria di Orvieto. Scrive lo storico Marino Mambelli: «La definizione di Ugolino da Forlì fu, con molta probabilità, la “definitiva” precisazione di una Commissione Toponomastica del 1950 – in occasione della denominazione di una strada – per indicare che Ugolino senza cognome, ma detto “Urbevetano”, era veramente di Forlì. Qualcuno infatti, aveva legittimamente avanzato l’ipotesi di una nascita ad Orvieto. Ma l’impagabile Antonio Mambelli raccolse in proposito un nutrito numero di opinioni autorevoli che affermavano il contrario: ”Il Biondo (Flavio Biondo nda) lo dichiara forlivese di nascita, altrettanto il concittadino P. Giacinto Sbaraglia, in una lettera da Roma del 5 settembre del 1761 al P. Martini in Bologna, in che scrive che “Orvietano” era il cognome e la sua patria Forlì. (…) Il dott. Pietro Reggiani (Studi Romagnoli VI 1955, nda) afferma che benché nativo di Forlì si disse da Orvieto, terra di suo padre Francesco, per formarsi un cognome essendone privo”».
Risolto il dilemma legato alle origini di Ugolino, certo è che egli fu personaggio molto noto ai suoi tempi, presbitero e musicista, cui è attribuita l’invenzione del pentagramma. Nell’ambito della musica medievale (tra l’XI e il XV secolo) fino a quel momento la figura più importante era indubbiamente stata quella di Guido monaco, conosciuto anche come Guido d’Arezzo o Guido Pomposiano (991-992 ca.-dopo il 1033). Guido monaco fu il primo ad assegnare un nome alle sette note musicali e a codificare il modo di scriverle (notazione), definendo le loro posizioni su righe e spazi del rigo musicale, proponendo un sistema unificato per la scrittura, utilizzando, per la parte terminale della nota, un quadrato, che sarebbe poi diventato un rombo e infine un ovale. Il rigo musicale utilizzato da Guido aveva quattro righe ed era perciò detto tetragramma, a differenza del moderno pentagramma, introdotto da Ugolino Urbevetano da Forlì, che di righe ne ha invece cinque.
Le prime notizie su Ugolino da Forlì risalgono al 1411 e lo danno come chierico presso S. Antonio in Ravaldino a Forlì. Sempre nel 1411 è annoverato tra i canonici del Duomo di Forlì e, nel 1413, fu cantante al servizio di papa Gregorio XII. Nel 1414 fece parte della rappresentanza della diocesi di Forlì al Concilio di Costanza. Erano allora tre i papi che regnavano: Gregorio XII a Roma, Benedetto XIII ad Avignone e Giovanni XXIII a Pisa. Questo stato di cose perdurò fintanto che l’imperatore non vi mise fine costringendo, nel novembre del 1414, Giovanni XXIII a convocare un concilio in territorio tedesco.
Nel 1416-1417, Ugolino da Forlì è menzionato, insieme a Jacopo Masi anch’egli da Forlì, come prete cantore in Santa Maria del Fiore a Firenze. Al rientro a Forlì, divenne arcidiacono della Cattedrale di Santa Croce. Nel 1426, si esibì a Ferrara con il coro della cattedrale di Forlì, mentre, nel 1427, in assenza del vescovo, divenne vicario episcopale ad interim. E fu così che, il 4 febbraio 1428, divenne testimone oculare del miracolo della Madonna del Fuoco.
In quegli anni, con ogni probabilità, Ugolino s’interessò alle vicende politiche e abbracciò la causa guelfa. Per questo, dopo essere entrato in contrasto con gli Ordelaffi, ghibellini signori di Forlì, venne mandato in esilio.
Nel 1429, fu eletto diacono alla cattedrale di Ferrara, tuttavia, a novembre dello stesso anno, si ha notizia che vivesse ancora a Forlì. In quel mese, infatti, fu coinvolto in una causa riguardante un gruppo di zingari di passaggio a Forlì. In veste di canonico della cattedrale e vicario del vescovo fu chiamato a risolvere una spinosa faccenda: tra questi zingari vi erano due bimbi, un maschio e una femmina, i cui tratti somatici apparivano chiaramente differenti da quelli dei restanti membri del gruppo. Immediatamente maturò il sospetto che i bimbi fossero stati rapiti. Fu allora Ugolino a dirimere la questione, mettendo in atto un espediente: egli fece dire alla presunta madre che, per via dei suddetti sospetti, i bambini le sarebbero stati sottratti. A queste parole la donna non mostrò alcuna reazione. Ugolino comprese allora che l’ipotesi del rapimento era più che concreta, tuttavia, ignorando chi potessero essere i veri genitori, fece trattenere i bambini a Forlì e li diede in adozione. Inoltre, in mancanza di prove evidenti, gli zingari furono lasciati liberi. Questo episodio testimonia, tra l’altro, una delle più antiche documentazioni riguardanti la presenza di zingari in Italia. I primi gruppi erano stati, infatti, segnalati appena sette anni prima, nel 1422.
Dal marzo 1431 è documentata la presenza di Ugolino a Ferrara, città dove, tra il 1440 e il 1448, ricoprì l’incarico di arciprete presso la cattedrale. Nel 1448, fu poi vicario del cardinale Pietro Barbo, il futuro papa Paolo II. Morì, dopo il 1457, a Ferrara dove fu sepolto ai piedi della Cappella di Santa Croce.


Marco Viroli

venerdì 8 febbraio 2019